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Tutti i diritti riservati per tutto il materiale grafico e testuale pubblicato su questo blog

Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale

Blog liberamente 'linkabile'

 
lunedì, 26 ottobre 2009
 

La birra nel deserto

Entriamo in casa, è tardi. Il dopo teatro è sempre così. Fine spettacolo, un po’ ci si attarda, il sonno non esiste, la voglia di rimanere in giro è tanta e soprattutto, è tanto l’appetito. L’orario del teatro è sempre tale da non consentire di cenare prima, se non con uno spuntino, né dopo, se non con stuzzichini da pub.
Si riprende l’auto senza fretta, si cerca un pub, appunto, e poi si torna a casa.
Esattamente come adesso.
Il pub l’abbiamo trovato, ma la sete è rimasta. La casa è buia e silenziosa, è molto tardi, quasi presto.
Sul tavolo, una bottiglia di birra, nel cassetto, nulla.
Si potrebbe tentare col tavolo, come nelle mense e nei locali pubblici, ma a casa il tavolo è di legno, non di formica o metallo. La bottiglia si aprirebbe, ma il tavolo si rovinerebbe.
Forchette, coltelli, nulla.
Di metallo solo il mazzo di chiavi in tasca.
Inizia il lungo lavoro di indebolimento del tappo girandoci intorno con una chiave. Centesimi di millimetro per volta, movimento impercettibile ma continuo e inesorabile.
Non può vincere un tappo!
Passano i minuti e i centesimi diventano decimi. Non tutti da una parte, sempre con movimento rotatorio.
Ogni tanto la chiave salta e rischia di piantarsi nella mano, ma il pericolo viene schivato.
Finalmente il tappo comincia a cedere e i decimi diventano di apertura della bottiglia.
E’ aperta ed è buonissima.
Mi chiede ‘Ma perché ci hai lavorato tanto?’
Rispondo ‘E se fossimo stati nel deserto, con solo questa bottiglia e un mazzo di chiavi, come avremmo fatto? Meglio essere pronti’.

 
venerdì, 16 ottobre 2009
 

Il punto materiale

DISCESA LIBERA
 
Ciao a tutti, sono il punto materiale, quello a cui capitano sempre cose strane.
Anche ieri me ne è capitata una, mi hanno portato a sciare.
Io non volevo, non l’avevo mai fatto, non sono capace! Ma mi ci hanno portato lo stesso in cima ad una pista. Ho letto il cartello, diceva ‘discesa libera’. Ho avuto paura! La discesa libera è quella in cui si raggiungono velocità altissime, come avrei potuto fare, io, piccolo punto a non farmi male?
Solita storia, sono solo un punto, non può succedermi niente, non ho massa, non ho corpo, non ho nulla. Però esisto!
Mi hanno lasciato in pendenza e ho cominciato a scivolare verso il basso, sempre più veloce, sempre più veloce! Ero contento, stavo quasi per pensare che non era poi così difficile, che la velocità era una cosa magnifica, che il panorama era stupendo, ma poi qualcosa è andato storto. Che cosa non lo so, ma ho smesso di scivolare e cominciato a rotolare. Sempre in giù, sempre più veloce, mi ingrossavo sempre di più, una palla di neve che diventava sempre più grande.
Mi sono molto spaventato, non può succedermi nulla, ma mi sono spaventato lo stesso.
Arrivato a valle erano tutti contenti, dicevano che la legge di moto rototraslatoria era un fenomeno molto più interessante della semplice traslazione. Sarà…
Io ero contento, non mi ero fatto nulla e non sentivo nemmeno il freddo. Ero nel mio bel libro di fisica.
Bella cosa essere un punto materiale!

Andracass | 11:29 | commenti
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mercoledì, 14 ottobre 2009
 

La cantina

Provateci voi a cambiare così tanto in pochi anni!
Avevo la temperatura controllata e la luce e l’aria filtravano attraverso le feritoie della porta. Religiosamente conservavo bottiglie preziose e religiosamente venivano a sceglierle guardando le etichette, muovendole piano, spolverandole col pollice.
A volte sistemavano da me qualche formaggio, vecchio e odoroso. Non è che mi piacesse sempre l’odore, però il formaggio rimaneva da me per poco e veniva poi ripreso molto presto. Forse temevano che i piccoli abitanti grigi venissero a servirsi non invitati.
Ospitavo giovani che si stringevano alla meglio per provare le loro canzoni lamentose o fracassone. Non avevo pareti adatte ad assorbire il suono, ma sottoterra per loro era meglio che in casa, più libertà e un senso di segretezza. Quanti segreti ho ascoltato e mantenuto! Quante sigarette di nascosto, sventolando poi coi fazzoletti e il mio piccolo finestrino aperto.
E le nuvole di fumo quando venivano col tavolino verde. Giocatori abituali e ospiti occasionali stipati nel mio angusto spazio con le carte in mano, la loro vita e le loro speranze. Soldi, sigari, whisky, lacrime e sudore.
E il suono della pallina quando il tavolo verde si ingrandiva e due ragazzi giocavano a ping pong. Come facevano, mi chiedevo, a giocare senza potersi muovere. Il tavolo prendeva tutto il mio spazio e loro rimanevano schiacciati contro le pareti.
Poi è cambiato tutto.
Niente feritoie, porta chiusa col lucchetto altrimenti qualcuno viene e dorme. Beh certo, se ci hanno giocato, bevuto, suonato, ci possono anche dormire!
E tanti scatoloni con nomi stranieri. Mi hanno spiegato che si conservano per due anni, sono le scatole di tutto quello che comprano e che vanno conservate intere, come se fossero preziose.
Che poi, dopo due, tre , dieci anni, sono sempre lì. Se fossero davvero preziose, se le dimenticherebbero così?
Le bottiglie, quelle sì, erano preziose: venivano spesso a controllarle e a farle vedere agli amici.
Le scatole non interessano a nessuno. Nemmeno a me, che guardo altrove.

Andracass | 16:48 | commenti
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sabato, 07 marzo 2009
 

Vita di Paolo

(continua dal 15 febbraio 2008)
Carica di sacchetti della spesa si incamminò verso casa.
Come sempre si pentì di non avere più guidato l'auto. Da quell'incidente di tanti anni prima non ne aveva più avuto il coraggio nonostante i consigli degli amici. Ma aveva Paolo accanto e per ogni necessità poteva contare su di lui.
Adesso era troppo tardi per ricominciare, adesso che Paolo non poteva più contare.
Pazienza. Il nuovo supermercato, spazioso e conveniente, l'aveva visto solo una volta per curiosità, piegandosi allo scomodo autobus. Per la spesa continuava ad usare in minimarket sotto casa e, da quando Paolo se ne era disinteressato, aveva anche smesso di comprare l'acqua minerale. Meglio quella del rubinetto e nessun fardello da trasportare. Dicevano che è troppo calcarea e pericolosa per i reni. Pazienza ancora, se ne sarebbe preoccupata al momento.
Si chiese dove fosse Paolo, quale sogno stesse inseguendo.
Lo vedeva di rado, non era andato via ufficialmente di casa, ma compariva e scompariva.
Faceva piccoli spettacoli nei locali,  aveva un piccolo gruppo di ammiratori. Soprattutto ammiratrici. E lei sospettava ne frequentasse anche qualcuna.
Anche se negli atteggiamenti era cambiato, era diventato più effeminato, più ambiguo. Forse era un estremo tentativo di avvicinarsi a quel mondo che non sembrava volerlo.
Certo, Lui, il suo faro e sua rovina non aveva mai avuto bisogno di cambiare per farsi apprezzare, Lui piaceva a tutti così com'era.
Ma questo Paolo non l'avrebbe mai ammesso e accettato.
Come avrebbe voluto che non l'avesse mai incontrato!
Ma la realtà era quella e stancamente aprì il portone.
Nella cassetta delle lettere spiccava una busta voluminosa, per Paolo.
Ci pensò un attimo e la prese.
In casa la rigirò tra le mani incerta se aprirla, lasciarla in evidenza o gettarla nel cestino.
Qualcosa le diceva che quella busta avrebbe portato soltanto altri problemi.
- continua -

Andracass | 20:05 | commenti
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giovedì, 05 marzo 2009
 

La lucertola

Io lo so che non ce l’avevi davvero con me, anche se non facevi che scacciarmi. Forse ti facevo un po’ paura o forse un po’ schifo. Ma che potevo farci, non è colpa mia se ho la lingua biforcuta, le zampette corte, e quella coda che quando si stacca si muove da sola. Mi piaceva tanto il tuo giardino, starmene stesa al sole immobile fino a confondermi col pavimento. Che bello era rimanere lì e dimenticarmi quasi di esistere, in quel calore, in quel colore. E la tua voce a farmi compagnia. Urlavi contro di me, ma lo sentivo che in fondo in fondo ti ero simpatica. Anche tu lo eri. Molto simpatica. Ti ho sentito dire che avevi paura che ti cadessi addosso, ma certo scherzavi. Come potevi tu, un’umana, avere paura di me, piccola e sperduta. Ne avrei avuta tanta di paura io, se ti fossi caduta addosso. Ma poi non è possibile, sono brava a restare in equilibrio, io!
E ultimamente hai cominciato a difendermi da tutti quei gatti che girano nel tuo giardino. Ho notato che hai cercato di cacciarli, proprio come hai sempre fatto con me. E i gatti non fanno schifo agli umani.
Poi un giorno i gatti sono tornati più in forze di prima. Ci ho fatto caso: non ti ho più sentita. Per giorni e giorni, niente. Non ho sentito la tua voce, non ho visto i tuoi piedi, non ho assaggiato la tua scopa. I gatti a farla da padroni ed io impegnata tutto il giorno a scappare dalle loro unghie.
Il tuo giardino ha perso di colore, non era più come una volta starsene sdraiata al sole, il pavimento era freddo e il terreno arido.
Ho vagato per giorni alla ricerca di un nuovo giardino sperando di trovare anche una nuova, simpatica umana.
Ho trovato uno strano giardino, grande, ma con pochi alberi, poco terreno e tante macchine. Non mi piaceva granché, anche gli odori erano strani, diversi, troppi. L’ho ispezionato a poco a poco per essere certa che non nascondesse qualche angolo interessante, quando ti ho vista!
Ti portavano alcuni umani in uno strano letto di legno. Eri ferma e con poco colore, ma non avevo dubbi che fossi tu. Ma come, te ne eri andata senza salutare? Mi sono nascosta nell’ombra aspettando il momento giusto per avvicinarmi, ma gli umani erano sempre più e non se ne andavano. Mi avrebbero certo scorta e scacciata.
Quando il sole è diventato alto c’è stato tanto caldo e io lo so che agli umani quel caldo non piace e diventano meno attivi. Ho deciso di approfittarne e mi sono infilata nella stanza dove ti avevano portata. Eri sempre su quel letto e altro legno era accanto alla parete. C’erano ancora degli umani, ma ero sicura che sonnecchiassero. Stavano tutti fermi e zitti, come te. Certo non mi avevi vista, non avevi ancora tirato fuori la scopa, non avevi ancora chiamato nessuno, non ti eri tirata indietro.
Non capivo, ma volevo capire. Mi sono avvicinata sempre più, osando quello che non avevo mai osato. Sul marmo non riuscivo a camminare, le mie zampe scivolavano facendomi sbandare. Non sono salita sul tappeto, certo per questo ti saresti arrabbiata molto. Sono rimasta sull’odiato marmo e mi sono fermata. Improvvisamente ho sentito di nuovo il calore. Immobile come un tempo, dimenticandomi di esistere. Immobile per un tempo interminabile. Immobile fino a fondermi col marmo.
Poi gli umani si sono mossi e mi hanno vista. Non sapevo che fare, avrei voluto avvicinarmi ancora di più a te, restarti vicino, sempre immobile, come te. Forse stavi diventando anche tu un po’ come me. Forse avevi trovato un modo per vivere a modo nostro. Volevo venire anch’io con te in quel posto dove si vive immobili e zitti. Ho cercato di nascondermi nel legno, ho pensato che forse c’era un altro letto pronto e potevo approfittarne, ma un umano mi ha presa e buttata fuori dalla stanza.
Fuori al sole e al caldo, ma lontano da te.
Sono rimasta lì a guardare e mi sono accorta che tutti gli umani erano molto tristi. Allora avevo capito bene, stavi andando via da loro verso un posto dove vivere come me!
Poi ti hanno portata via, ma erano veloci e non sono riuscita a seguirti.
Da allora ti cerco e cerco quel posto e so che lo troverò e troverò te,
Aspettami!

Andracass | 17:57 | commenti
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domenica, 01 marzo 2009
 

Al semaforo

Ferma al semaforo sovrappensiero, come mi capita spesso negli ultimi tempi.
Non sono sul mio percorso abituale, ho accompagnato un'amica.
Ho perso il verde per pochi istanti e adesso attendo. L'incrocio è grande e le strade molte. L'alternanza dei semafori è alta, l'attesa sarà lunga.
Si avvicina lentamente, sono al secondo posto.
Come sempre penso 'uffa, no!' L'auto al primo posto la fa franca, tocca a me.
Gli dico di no. Non voglio che mi lavi il vetro.
Non voglio che lo decida qualcuno per me, non voglio accettare questa imposizione.
Talvolta sono io a farlo fare, quando ce n'è bisogno. Oggi no.
Nulla da fare.
Prima timidamente da un lato, poi in un'area sempre maggiore, incurante dei miei dinieghi, lo insapona tutto.
Mi sento arrabbiata, non voglio questa imposizione.
Fa tutto il lavoro, alza i tergicristalli, lava anche i gommini di questi.
Non riesco mai a non dare nulla, e comincio a frugarmi nelle tasche dei jeans per cercare delle monete.
Ne pesco solo due: un euro e venti centesimi.
Mi accingo a dargli i venti, meno di quanto avrei dato in altre occasioni, ma sempre per l'imposizione ingiusta.
Finisce il lavoro, sistema i tergicristalli, si gira e si incammina verso il semaforo, sempre rosso.
Rimane lì, senza provarci con altre auto, senza guardarmi.
Il fastidio svanisce.
Abbasso tutto il finestrino, aspetto il verde.
Parto, al semaforo rallento e lo affianco.
Tiro fuori tutto il braccio e gli deposito in mano l'euro.
Grazie.
No, a te.

 
venerdì, 20 febbraio 2009
 

La porta aperta

Dovevo superare quel muro. Da tempo lo percorrevo cercando un varco.
Era troppo alto, troppo solido.
Lo avevo guardato, toccato, ispezionato.
Un giorno avevo trovato una porta.
Ed era aperta.
Non completamente, uno spiraglio sufficiente per infilarci un piede e nulla più.
Non ci passavo attraverso, ma vedevo la luce e un pezzo di quello che nascondeva.
Ce l'avevo fatta, sapevo come passare, dovevo solo spingere la porta tanto da poterci passare. Non avevo più bisogno di percorrere il muro.
Provai subito a spingere, con l'entusiasmo della scoperta, ma la porta non si mosse.
Non mi scoraggiai, il primo, maldestro, tentativo, non va sempre a buon fine.
Ci riprovai, ma non cambiò nulla.
E ancora, ma senza successo.
La porta era come bloccata in quella posizione e non si muoveva.
Ma era aperta.
Presi attrezzi, provai altri sistemi, ma nulla.
Mi resi conto che avrei potuto chiuderla senza sforzo, togliere quell'unico spiraglio. Ma non avrei visto più nulla di quello che c'era oltre.
La porta era aperta, bastava solo allargare l'apertura.
Passò il tempo e io rimasi lì a tentare.
Pensai che avrei potuto cercare un'altra porta. Forse quella non era l'unica.
Ma avrei dovuto allontanarmi, lasciarla.
E se si fosse chiusa? Se senza di me a sorvegliarla si fosse perso quell'unico spiraglio? Ogni tanto spirava del vento che rischiava di chiuderla.
La porta era aperta, bisognava solo allargare l'ingresso.
Passò il tempo e io rimasi lì ad aspettare.
Pensai che avrei potuto cercare un'altra porta, ma non credevo più di esserne capace.
Avevo passato tutto il mio tempo davanti a quella, a guardare attraverso lo spiraglio.
Avrei potuto chiuderla per poterne cercare un'altra senza rimpianti, ma non mi risolvevo a farlo.
La porta era aperta.
Un giorno un colpo di vento più forte del solito la chiuse di colpo.
Il rumore fu così assordante che rimbombò fuori e dentro di me per molto tempo.
Tentai di riaprirla, ma non ci riuscii.
Rimasi a guardare quella porta ormai chiusa senza sapere che fare.
Poi, stancamente, ripresi a percorrere il muro.

 
venerdì, 11 luglio 2008
 

Penna calda

Nel villaggio indiano c’era fermento. Di lì a poco ci sarebbe stata la festa in cui i bambini avrebbero dovuto scegliere il proprio nome da adulti. Erano giorni che tutti i marmocchi pensavano al nome che li avrebbe accompagnati e avevano tutti collezionato idee e consigli. Tutti erano alla ricerca di un nome sensazionale che potesse metterne in mostra il valore, il coraggio, la resistenza alle fatiche. Un nome grandioso, da ricordare, che esaltasse animali selvaggi e praterie, giornate di sole e furia degli elementi.
Chiacchiere, confidenze, tentativi di estorcere il segreto che ciascuno portava sulla propria scelta erano all’ordine del giorno.
Il villaggio era bellissimo, addobbato a festa, e interi montoni erano pronti per essere arrostiti.
Il giorno della festa arrivò rapido e con lui il momento più atteso: tutti i ragazzi in fila a dichiarare il proprio nome.
‘Aquila sfavillante’
‘Bufalo scalciante’
‘Vento sulle rocce’
E così via fino all’ultimo, il più taciturno dei bambini. Prima di parlare si guardò intorno e tutti realizzarono che non aveva parlato con nessuno nei giorni precedenti, non aveva chiesto consigli, non aveva dichiarato intenzioni, non aveva tentato di carpire segreti. Era stato nella sua tenda, in un angolo, come al suo solito.
Che nome aveva scelto? La curiosità ormai era evidente in tutti. Che nome poteva aver scelto quel bambino taciturno e solo, che non partecipava alle grandi cacce e non rincorreva compagni e animali?
‘Penna calda’
Ci fu immediato silenzio. Che nome era? Gli chiesero di ripeterlo.
‘Penna calda’
La scelta era sua, ma tutti avrebbero voluto suggerirgli qualcosa di più appropriato, di più utile, di più bello. Che senso aveva quel nome? Che cosa voleva dire?
Qualcuno obiettò che le penne non sono calde, calde sono le mani che stringono un arco, sono gli zoccoli dei cavalli quando corrono, caldo è il cuore prima di una battaglia. Le penne non sono calde, ondeggiano morbidamente al vento che le avvolge.
Il ragazzo li lasciò parlare, in silenzio. Avrebbe voluto andarsene col suo bel nome nuovo, ma glielo impedirono, volevano una spiegazione. E sia.
‘Per voi penna vuol dire ornamento. Ne mettete tante sulla testa, ma non sapete usarle. Ma mentre voi vi adornate, io scrivo, mentre voi cacciate, io scrivo, mentre voi giocate, io scrivo, mentre voi parlate, io scrivo. La mia penna non è su un nastro a prendere il vento, è salda nella mia mano. Ed è calda. Calda di tutte le vostre avventure che saranno ricordate grazie a me, calda delle nostre tradizioni, della nostra storia. Quello che non ci sarà più vivrà ancora, e quello che non è mai stato l’ha creato la mia fantasia’.
E corso nella sua tenda, nell’angolo che soleva occupare, ne tirò fuori rotoli su rotoli di carta.
Tutta la loro storia.
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domenica, 27 aprile 2008
 

Il Mago di OT

Capelli bianchi, sorriso sempre accennato, sguardo simpatico e rassicurante dietro agli occhiali tondi. Un maglioncino anonimo, niente cravatta, niente di vistoso o molto personale.

Così si presentava. Una persona ordinaria che non destava particolare interesse in nessuno. Se usciva da una stanza nessuno se ne accorgeva, quando rientrava tutti si chiedevano quando fosse uscito.

Eppure si diceva di lui che fosse un mago. Il mago di OT. Non si sa che cosa significasse quel nome. Le iniziali di un nome? Delle iniziali misteriose dal significato nascosto? C’entrava forse la cabala? Oppure indicavano un luogo di provenienza? Ma un luogo reale o immaginario?

Forse proveniva proprio da un luogo immaginario e OT era solo una comune sigla: Off Topic.

Forse veniva indicato così soltanto perché appariva sempre fuori tema, fuori luogo, un pezzo a sé stante.

Insomma, un’indicazione di luogo che indicava nessun luogo.

Ci voleva proprio un mago per portare un simile nome!

Ma perché mago, poi? Che cosa aveva di speciale? Niente, si è già detto. Era un uomo assolutamente comune.

Ma esistono poi uomini davvero comuni? O non nascondono tutti in fondo in fondo o meno in fondo una parte di specialità? Una personalità caratteristica che li individua e li identifica.

Anche lui l’aveva.

Quando gli si parlava, o più spesso quando altri discorrevano tra loro, era difficile infatti che altri gli si rivolgessero direttamente, lui disegnava.

Ghirigori, arabeschi, puntini, righe e svolazzi. Riempiva fogli e fogli di tratti a penna o matita. Disegnava lentamente o velocemente, disegnava tratti morbidi o tratti spigolosi e decisi.

Quando tutti finivano di parlare e andavano via si allontanava anche lui e lasciava i suoi fogli disegnati dove capitava.

Venivano sempre ritrovati da altri, persone che non avevano partecipato al dialogo o alla discussione, persone totalmente all’oscuro dell’argomento che li aveva ispirati.

Ma quelle persone da quel momento sapevano tutto.

Nei ghirigori del Mago di OT avevano letto tutto quello che c’era da sapere, vi avevano trovato notizie, opinioni, osservazioni e persino emozioni.

Il Mago di OT ascoltava e disegnava e col disegno traduceva le parole in un linguaggio molto più semplice e comprensibile per tutti.

Era un mago.

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mercoledì, 20 febbraio 2008
 

Il geco sul soffitto

Sulla volta, davanti alla biblioteca. Grigio verdastro su fondo bianco. Si vedeva benissimo, ma molti non lo notavano. Passano distratti guardando davanti a sé e non alzano mai la testa. Lei lo vide, e sorrise.
Sorrise anche della distrazione. Chi era il vero distratto? Quelli che camminavano guardando decisi davanti a sé o lei, che girava la testa di tanto in tanto un tutte le direzioni?
Il geco non si muoveva. Sotto di lui il busto di Nicolò Copernico, di fronte a questo, Dante Alighieri.
In mezzo tra i due, la porta della biblioteca con l’arco metal-detector.
Perché era proprio davanti alla biblioteca?
Sicuramente per caso, quella volta era ampia e alta. Nessuno lo avrebbe disturbato.
La ragione lasciò il posto all’ipotesi suggestiva del geco desideroso di imparare, ma senza il coraggio di entrare in un ambiente precluso ai non umani. Davanti alla biblioteca a controllare e contemplare l’esiguo viavai di studenti, ma non dentro.
Quel soffitto troppo spoglio e troppo chiaro non era un posto davvero sicuro, ma il geco non lo sapeva e forse non voleva pensarci.
Il fatto che nessuno guardasse in alto era una relativa sicurezza per lui. Nemmeno Copernico e Dante potevano dargli noia, costretti a guardarsi l’un l’altro dall’immobilità del marmo.
Per molti giorni girò il capo verso l’alto e mandò un tacito saluto al geco sempre lì, spostato al massimo di qualche centimetro.
Un giorno alzo il capo e il geco non c’era più.
Scacciato dal custode, forse.
Trasferitosi spontaneamente da qualche altra parte, forse.
Oppure, più in linea coi suoi pensieri: finalmente era riuscito ad entrare e si stava aggirando tra gli scaffali.
Nell’atrio, solo Dante e Copernico intenti a guardarsi.

Andracass | 13:19 | commenti
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